Le scorie, Galvano, il Cavaliere Verde e la ballata dei luoghi tristi.

Le cronache di questi giorni ci riportano indietro di qualche decennio quando la nostra terra di Lucania fu fecondata da invisibili fantasmi di morte non convenzionali e maledettamente ingiuriosi verso le nostre genti che, all’epoca, si trovarono defraudate di quelle capacità percettive che avrebbero consentito loro di sfilacciare quel velo di bruma che celava dure e pericolose verità. Rotondella, Scanzano, Pisticci, la Val Basento e la Valle dell’Agri ritraggono solo alcune delle realtà lucane che si sono viste alterare quegli equilibri naturali fatti di circostanze ambientali, emotive e memorie randagie che davano forma a una popolazione che fino ad allora aveva custodito gelosamente la propria identità dal gelido e subdolo vento delle scorie e di mille altri veleni che hanno dato vita a rancidi miasmi nati da rimpianti e rimorsi. Oggi rientriamo nuovamente tra le grandi “intuizioni” del Mise che ci riconferma l’intenzione di continuare a fare della Lucania il mondezzaio dello stivale in barba alle nostra vocazione agricola, culturale e turistica dettandoci un numero che sembra quasi insignificante: lo 0,54%ma che in realtà rappresenta la percentuale più alta in assoluto, tra le regioni interessate, per lo stoccaggio dei rifiuti. Evitando di commentare le parole di circostanza dei nostri politici locali, indiscussi eredi di “Braveheart” , questi fatti mi fanno tornare in mente la storia di “Sir Galvano e il cavaliere Verde” in cui l’inganno iniziale la fa da padrone. Breve riassunto: Nel bel mezzo dei festeggiamenti natalizi, a Camelot, con Artù re, si presenta al banchetto un misterioso cavaliere armato di ascia, completamente verde dalla testa ai piedi, compresi abiti e arma. È lì per una sfida, scoprire se a corte esista qualcuno che abbia il coraggio di decapitarlo con la sua stessa ascia, imponendo una sola condizione: che esattamente un anno e un giorno dopo l’evento, il responsabile si presenti al suo cospetto per ricevere la stessa sorte. Artù rifiuta prontamente la sfida, annusando un inganno, ma l’avventatezza e l’entusiasmo di Galvano, suo amato nipote, cavaliere più giovane della Tavola, lo portano Galvano ad accettare il gioco della decapitazione. Davanti allo straniero dalla pelle smeraldo, Galvano impugna la sua ascia e assesta un fendente che trancia di netto il capo allo sfidante, che una volta decapitato si china a raccogliere la testa dal pavimento sotto lo sguardo attonito dei presenti: con un sol colpo, Galvano ha sancito la sua condanna a morte. Ora, pensiamoci nelle vesti di Galvano contrapposto al Mise che ci illude con ristori a carattere lavorativo del genere “mille posti di lavoro per un paio di anni per costruire i siti di stoccaggio” o “indotto che andrebbe a gravitarci intorno”. Potremmo illuderci, come qualche politico o funzionario “illuminato” , di sferrare il primo colpo, all’apparenza decisivo ma alla lunga il prezzo da pagare si rivelerebbe altissimo. E’ quindi nostro dovere morale e civile fare nostro un certo tipo di pragmatismo per portare agli occhi di questi burocrati il nostro spettro di esigenze che troppo a lungo abbiamo cullato senza dargli forza, guardando al passato con le lenti del presente, alle nostre vocazioni. Ne va della nostra dignità e della nostra storia.

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