Emilio

Tra i varchi che attraversavano gli ancestrali rioni del borgo, vuoti e silenziosi labirinti scavati tra le case erose, a tutte le ore del giorno Emilio avanzava a passo regolare immergendosi tra le centinaia di biforcazioni, equipaggiato di un corno in rame impreziosito da magnifici intarsi e una corda in pelle che fendeva due anelli. Lo portava dietro le spalle come una faretra, straripante di invisibili voci. Piegava le ore scacciando le nuvole temporalesche delle solitudini, facendo diventare il cielo azzurro, popolandolo di annunci. Ma prima si fermava, inspirando profondamente, poi dava fiato al corno, quindi divulgava il bando fatto di frasi lente e voce roboante. Allora il borgo si zittiva e ascoltava di fiere, di feste, di amori. Arrotolava le parole, tagliandole, adattandole, lucidandole e sussurrandole nel vento, naturalmente in dialetto, imbroccandole come fulmini nelle orecchie dei paesani. Emilio era anche un poeta. Faceva l’annuncio in rima e se Dante avesse passeggiato tra quei vicoli gli avrebbe dato una signorile pacca sulla spalla per complimentarsi, non prima di avergli proposto di scrivere a quattro mani un nuovo poema. Il paese diveniva un’arena, fatta di gesti e risate con Emilio che volava sul trapezio delle parole per poi planare su viuzze e piazzette. Non si prendeva mai troppo sul serio anche se i suoi pensieri attraversavano giornate opache, sapeva che il destino lo aveva designato banditore e c’era sempre un altro giorno, sempre un altro bando e un’altra storia da raccontare.

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