I fuochi di San Giuseppe

Alla debole luce del mattino, quando l’inverno cedeva il passo alla primavera, uomini di tutte le età scomparivano tra arbusti e spente piante per recuperare ciocchi e rami che avrebbero dato vita, la sera stessa, a ciclopiche pire dislocate nei vari rioni del paese in occasione della festa di San Giuseppe. La competizione per il falò più grande si faceva agguerritissima tra San Rocco, San Infantino, Clemenza, Peruzzo, Mancoso e Annunziata. Le piazzette sussultavano mentre pietre e legna rotolavano giù dai camion per creare quel crogiuolo di vampe e fiamme, fascine prendevano il volo sopra le teste dei Grumentini per andare a cadere con fragore nella sabbia spianata sul selciato, creando delle gallerie dove prontamente si infilavano i bambini. Di frequente delle urla troncavano per un attimo quella catena di montaggio: Imprecazioni per un pezzo di legna finito su un piede, strilli di panico per un ragno fuoriuscito all’improvviso da un tronco cavo, parole sgraziate all’indirizzo dell’amico che con la sua disattenzione aveva fatto crollare mezzo rogo. In mezzo a tutta questa baraonda, per nulla impressionate da cotanta anarchia in salsa maschile, madri, mogli, sorelle e fidanzate suonavano la carica e, come tante soldatesse che avevano il coraggio di attraversare le linee nemiche, sillabavano disposizioni, suggerivano schieramenti, imponevano regole. Qualche minuto per mettere ordine quindi si ritiravano compatte, seguite dai borbottii degli astanti, per preparare le vivande che avrebbero fatto bella mostra nel banchetto serale. Pizzette, biscotti al finocchietto, focacce rustiche, torte salate, dolcetti col naspro, bignè, paste “stile Florio”, si accompagnavano a torrenti di rosso, se qualche coraggioso si arrischiava a bere acqua veniva prontamente trafitto da sguardi di disapprovazione e redarguito a dovere. Verso le otto le fiamme già crepitavano, spuntavano gli organetti e si dava inizio alla festa. Seguiva la transumanza da un falò all’altro e il borgo si animava come fosse domenica, i bambini in braccio alle madri, i fidanzati che si tenevano per mano, i ragazzi che si rincorrevano tra i mille vicoli. Poi venivano i balli intorno al fuoco, dove il calore avviluppava cuori e anime. Verso la mezzanotte le immancabili patate “sotto la cenere”, come da tradizione, onoravano gli ultimi momenti della serata mentre le ultime braci venivano abbracciate dalla notte.

 

 

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