Il Capellone

La luce del mattino non riusciva a fendere gli occhiali  modello aviator con montatura in rame che “il Capellone” indossava tutti i giorni quando divorava la strada conducendo la sua corriera parcamente sgangherata con la pioggia, con il vento e con la neve per fare arrivare gli studenti puntuali al suono della campanella, tagliando l’aria fresca per perdersi nei suoi riverberi mentre batteva rapidamente le palpebre per concentrarsi sulla guida. Un uomo che non sembrava avere un nome proprio di persona poiché, dalla notte dei tempi, tutti lo chiamavano con quel nomignolo. L’immancabile sigaretta tra le labbra, appaiata ad una fitta barba da asceta, lo rendevano un interprete felliniano che piegava i giorni ai suoi ghiribizzi, il suo modo poi di approcciarsi agli altri, diversamente oxfordiano, ne rinsaldava l’autorità specie verso quelle teste di rapa, accomodate nelle ultime file, che rendevano quei pochi chilometri un tracciato alla Mad Max. Ma in fondo, il Capellone era uno scrigno di soavità e piccole storie fatte di interminabili trasferte, di zingarate e gite scolastiche, di albe graffiate e di notti sospese, la sua esistenza era un continuo voltolare perché alla fine era davvero un viaggiatore, ogni svolta gli rivelava altri sentieri che lo  portavano verso nuovi momenti. E mentre guidava sotto le luci dell’autostrada amava raccontare le sue storie. Spiegava di come aveva perso gran parte dei capelli dopo l’iniezione sul petto contro tifo e tetano che i militari riservavano a tutte le reclute. Una regressione che lo aveva reso dapprima stempiato, attaccandone poi la fronte per lasciargli solo una apprezzabile criniera sulla parte posteriore che, a volte, annodava con un elastico. I momenti liberi li dedicava alla campagna, ispirando i suoi ragazzi affinché raggiungessero una sorta di epifania coi campi, partecipandoli delle sue conoscenze. Quando poi si presentava un qualsiasi intoppo a carattere tecnico si trasformava nell’ispettore gadget, sorrideva contraendo le labbra, accennando una risata simil diabolica  e si metteva prontamente all’opera per creare qualcosa che risolvesse il problema, in perfetto stile McGyver. Così oscillava velocemente tra i giorni come un navigato attore che se ne stava al bancone dell’esistenza sorseggiando un secco e tenendo duro, con la schiena sempre dritta, per non piegarsi al suo stato d’animo fuorilegge, anarchico e chimerico, che lo inibiva dal guardare  abbastanza lontano per vedersi protagonista di una vita ordinaria. Il Capellone era un tipo davvero pop, molto avanti sui tempi, che non si faceva ingabbiare dalle convenzioni, calcava il palcoscenico in solitaria poi, però, ti invitava a salire per ballare il suo rock.        

 

 

 

 

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