Carlino

Abilmente nascoste nella tasca dei pantaloni, tenute insieme da un elastico giallo, riposavano le carte napoletane di Carlino nell’attesa di uno sfidante pronto a intavolare partite di tressette, scopa, briscola. Si aggirava per il corso con l’immancabile polo e gli occhiali a vetro di bottiglia tagliando la strada come un fantasma nella luce pulita dell’estate, il suo fisico asciutto teneva il passo dei nipoti adolescenti, seppur con qualche sbuffo, che si armonizzavano con le sue giornate fatte di ironia, ciance con gli amici, sieste qua e là. Apriva i polmoni e inspirava segreti, di posti e di persone perché non voleva che il suo cuore invecchiasse e allora insegnava cose, semplici come il suo carattere ma che andavano ad incontrare l’attenzione di chi gli stava intorno. Carlino era una miscellanea di professioni, si intendeva di molte cose ed era sempre pronto a correre in soccorso di chiunque fosse in difficoltà, le mille pagine dei suoi giorni non ancora lette riservavano sempre piacevoli sorprese, portando avanti fantasticherie che non aveva mai abbandonato, vedeva cose che i suoi coetanei non scorgevano attraverso battiti di penna, carte e poesia. Quando incontrava un pollo pronto a farsi umiliare a briscola, il piglio si faceva truce e il ghigno permanente, guai all’avversario che aveva la tendenza a sminuirne le capacità di infilare l’uno dietro l’altro l’asso di bastoni, il tre di coppe, il tre di denari. Carlino imboscava uno spirito che sembrava leggere le loro menti, li metteva all’angolo scippandone i minuti per prendere tempo e riprendere fiato così da fargli perdere il controllo e capeggiarli verso la disfatta. Non affatto compiaciuto, poi, si lanciava in una filippica sulla custodia delle carte. Il suo dogma imponeva necessariamente di incerarle, ma nessuno sapeva con certezza quale fosse la procedura. Allora un’ ubriaca frenesia prendeva possesso dei suoi palmi, da un taschino appariva magicamente un accendino seguito da una mezza candela e il maestro si metteva all’opera facendo colare impercettibili gocce di cera che, lentamente infagottavano le tessere, una ad una. Sussurri e sguardi stupefatti si facevano largo tra gli astanti omaggiandolo con mille salamelecchi, quindi Carlino intonava un motivetto, morbido come il cotone, che era la sua canzone di Agosto, seduto sul bordo di un gradino, una di quelle liriche che non invecchiano mai, proprio come la sua brama di sfide.

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