Tonino. Figlio del silenzio

Tutti i giorni una tracagnotta figura scivolava lentamente sulla panchetta del bar in piazza, rannicchiandosi accanto a uno spelacchiato oleandro, si guardava intorno per qualche secondo, quindi iniziava ad assaporare la lettura della Gazzetta dello sport, custodita gelosamente nello scomparto interno del giubbetto. Gli occhi di Tonino, conosciuto anche come il “fratello di Isolina” o “Tonino u mutariedd’”, si incollavano su quelle pagine rosa arruffate dalle tiepide brezze primaverili, i suoi pensieri parlavano veloci, ma l’oblio albergava sulle sue labbra. Chiudeva gli occhi per qualche istante e si trovava circondato da diverse generazioni di Grumentini, tuttologi ante litteram, che affollavano la strada a tutte le ore. In quelle occasioni, ornate dal silenzio, il suo “parlare” diventava mirabile, i suoi “discorsi” si disegnavano nell’aria, verso il sole, lo sguardo si faceva vento, tanto prepotente da formare spirali che si nutrivano di gesti e abbracci. Non aveva coscienza dei fonemi, come quei soldati di fanteria con i timpani lacerati dalle bombe, consumava così le sue giornate nella tranquillità rotta, in qualche modo, dal suo cuore che batteva erculeo, come un frullo di ali, messaggero di un animo che abitava le alture dell’umiltà. Tonino allignava ogni attimo, ogni giorno, sotto la legge di un monarca minore che gli aveva regalato molti inverni senza, però, rendergli agevole il cammino nella neve alta e cedevole dell’esistenza. Quelle  “conversazioni”, spesso, svicolavano sul neroazzurro che ne accompagnava le emozioni, traducendole in gasati sorrisi. Perché Tonino amava l’Inter e così Zenga, Bergomi, Matthaus, Ronaldo diventavano oggetto di veri e propri “simposi” fatti di parate, passaggi, colpi da fuoriclasse, tutti rigorosamente mimati da quella gentile moviola umana che si muoveva con grazia tra le panchine del corso, replicandone le giocate , con quei suoi sospiri che riuscivano a fargli sentire quei suoni così remoti.  Tonino ghermiva la bontà e la raccontava con pose e pigli, ne abbracciava il mistero che fino all’ultimo lo teneva sulle spine esacerbandone il  timore  di non essere capito. E da grande sportivo quale era, ne aveva accettato la sfida spingendosi verso quei posti dove non era mai stato, perché viveva con leggerezza la sua condizione, senza paracadute, come quelle rassicuranti canzoni fatte solo di suoni, dove le parole non contano, ma che accendono le nostre emozioni.

 

 

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