Michele il Caporale

Il rumore del motore diesel diveniva più forte quando l’U boat attraversava qualche corrente, saturando il silenzio con brusche sequenze, per poi scemare in lievi mulinelli ronzanti. Dalla sala radio arrivò l’ordine di ridurre la velocità e, prontamente, uno tra i due sommergibilisti presenti scomparve dietro una botola che dava verso il controllo macchine. Lo scafo iniziò a decelerare riducendo la velocità di qualche nodo, quindi si mise in attesa come un cefalopode pronto a catturare le sue prede. L’ufficiale addetto al periscopio diede l’ordine di risalita e dopo qualche minuto il mostro d’acciaio emerse tra le onde, il bersaglio era in vista e i tubi lanciasiluri si fecero pronti ad accogliere le saette. Il Comandante tese la mascella, abbandonò in terra il cifrario e si piazzò in mezzo alla sala di controllo. Guardò con aria dura un suo sottoposto, poi diede l’ordine.

Il piroscafo Minas si trovava al largo di Capo Matapan, trasportava truppe italiane, francesi e serbe, pronte ad essere impegnate per la Campagna di Macedonia. Michele, da Grumento Nova, caporale nel 31° Fanteria osservava con sguardo ardente la macchia mediterranea che scendeva a picco sul mare della costa greca a fianco di un suo commilitone che, in un francese stentato, offriva alcune sigarette a quei nuovi compagni di battaglia. L’olezzo che impregnava il ponte non era diverso da quello del giorno prima: strutto andato a male, liquami di fogna, muffa e caffè, appena mitigato da una brezza che sferzava il mascone di prua quasi a voler fare cambiare traiettoria all’imbarcazione. Il futuro gli appariva fosco, almeno quanto il presente, quella maledetta guerra sfilava sogni e speranze ai suoi ventitré anni; strappato ai suoi affetti e   al suo borgo, si sentiva come un burattino tirato da fili invisibili. Fino ad allora non aveva sparato un solo colpo e il pensiero di togliere la vita a un suo coetaneo lo faceva piombare nella più cupa tristezza. Si stirò, allargando entrambe le braccia e vagheggiò dell’arrivo a Salonicco, i suoi lineamenti si tesero in una smorfia di disapprovazione mentre l’ansia lo avviluppava come un’ombra oscura. Il fumaiolo pompava nell’aria scure colonne di vapore che sostavano pigramente sugli elmetti, prima di essere disperse dalle raffiche. Delle grida giunsero dalla sezione centrale del piroscafo, si girò e scorse dei soldati che indicavano qualcosa tra i flutti.  Scrutò allora una enorme sagoma scura, distante poche centinaia di metri, immobile nel blu. Qualcuno d’istinto imbracciò il moschetto esplodendo alcuni colpi in direzione del sommergibile ma l’azione si rivelò sterile, allora il terrore prese possesso dei passeggeri che, come formiche impazzite, correvano  sul ponte senza meta da prua verso poppa, alla ricerca di una protezione.  Il cuore di Michele iniziò a pulsare con rapidità mentre il respiro si faceva affannoso, sapeva che qualcosa di ostile stava per accadere, ma non ebbe il tempo di intendere: due boati squarciarono il fasciame laterale del Minas, per poi fare a pezzi le paratie longitudinali e i rinforzi. Il fante fu investito da schegge di metallo e fuoco  mentre il piroscafo, dilaniato, si abbandonava su un fianco, iniziando ad inabissarsi. Molti precipitarono in acqua, seguiti da brandelli di corpi, frammenti di parapetto e parti dell’albero, sebbene intontito e dolorante, Michele riuscì ad afferrarsi ad un portello per lo sfogo dell’acqua ma, dopo qualche attimo, qualcosa di pesante lo colpì sulla testa trascinandolo nell’acqua. Tutto divenne nero, poi l’abisso lo accolse con un freddo abbraccio.   

 

 

 

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