La confraternita del lievito

Nelle notti in cui il mondo era vuoto e i bioritmi fuori fase, i passi svelti delle donne attraversavano le stanze in cerca di un pezzetto di carta dove annotare ingredienti, tempi, tecniche di un composto che rendeva le mani appiccicose e si attaccava da ogni parte, accasandosi su mobili,  stoviglie, tv e animali domestici. Nel borgo di Grumento, così come in tutto lo stivale, la panificazione casalinga partiva da un pilastro irremovibile: il lievito madre, un sibillino blob tramandato, fino a quel momento,  solo per tradizione orale dalle sacerdotesse della pagnotta, perduto tra ancestrali memorie e irreperibili farine. I tutorial su youtube e i gruppi su facebook non  bastavano a dare vita a quell’impasto che rappresentava il sacro Graal di quelle postulanti sperimentatrici e allora i cellulari diventavano roventi e i mariti, i fidanzati e i fratelli  sacrificabili pedine che si aggiravano atterriti per le strade, mimetizzandosi con la flora locale,  cercando di raggiungere il più in fretta possibile le dimore di quelle dispensatrici che, altruisticamente,  si erano rese disponibili a offrire la pasta madre. Con la quarantena erano cresciuti, in modo esponenziale, i forni casalinghi, tutti cuore e farina. Ogni ripiano ospitava calde trapunte che sigillavano le ciotole con gli impasti in modo da dare loro lunghe lievitazioni che, a volte, sfioravano la settimana per dare al pane quel quid di artigianale. E se gli uomini di casa pensavano di aver messo la parola “fine” al contributo dato, dovevano prontamente ricredersi poiché  risucchiati nella “Confraternita del lievito”. Non avevano scampo, la resistenza diveniva inutile, le donne di casa, complice skype, si interfacciavano con le “colleghe” di impasto discorrendo sulla crosta leggermente molle, sulla mollica poco cotta, su panini  marmorei buoni per edificare muretti a secco mentre i tapini non potevano dispensarsi dal dare pareri completamente fuori dalle proprie competenze per poi contrarre stridule invettive sul fatto che non comprendevano un tubo sull’arte dello sfilatino. La “Confraternita”, naturalmente, spaziava anche su altri tipi di argomentazioni, il fermento era manifestamente uno spunto, la classica punta dell’iceberg, per ridisegnare una socialità esiliata tra quattro mura, per lanciarsi in orazioni che si aggrovigliavano come piovre attorno ai neuroni maschili, come il fumo della legna sui vestiti, sfasandone le sinapsi per il resto della giornata. La “Confraternita” è vetusta quanto il mondo, tenuta viva dal genere femminile con la sola forza della loquacità e se, per uno sventurato scherzo del destino, l’uomo che si crede nerboruto, dovesse incappare nei suoi tentacoli, sappia che non ricorderà mai più dove fosse o cosa avesse fatto perché se in principio vi era il Verbo, alla fine restano solo i cicalecci.     

 

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