Don Fausto

Il respiro della terra ancora nutriva le paure dei Grumentini nel dopo terremoto in un loop di assi divelte, tetti crollati, vetri infranti e fenditure che attraversavano gran parte degli edifici scampati alla devastazione di quella notte che aveva congelato le esistenze, con il futuro che appariva una cammino dai mille intoppi. Mentre i cuori ancora resistevano al disastro facendo scorrere gli ultimi chiavistelli su porte ubriache appoggiate a mura ormai sgretolate, si accendevano le polveri dell’immaginazione quando la macchina bellica della natura metteva in campo il suo repertorio fatto di fiochi boati, uccelli che deliravano tagliando il cielo con bizzarre acrobazie e lievi sobbalzi del suolo allora le mani ancora sudavano, lunghi brividi attraversavano la schiena e le ginocchia si facevano molli, ostaggio di malfatte percezioni.  Ma prima ancora che le case collassassero come una lunga fila di domino, le montagne si sgretolassero e i fiumi straripassero, una strana serie di coincidenze celesti fecero in modo che sotto la volta di Grumento si presentasse una figura ammantata di nero, un “Nazgul” in abito talare arricchito da bottoni in argento, sulle spalle una pellegrina che ad ogni alito di vento si gonfiava come le piume di un pavone. Quel ministro di Dio prendeva il nome di Don Fausto, dalla Sicilia con furore, che si avvicendava alla pletora di missionari che, fino ad allora, si erano presi cura di quelle pallide anime lacerate dal sisma. Acerrimo nemico di Suor Cesidia e Suor Lorenzina, si muoveva con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli grazie a una dialettica ridotta al minimo e a ghigni di disapprovazione che avrebbero fatto impallidire una iena. Come il Sergente Hartman era pronto a mettere in riga quelle “palle di lardo” che non rispettavano i dettami del Capo, un tizio tutto cuore e preghiere che dava fiducia alle genti così come la si attribuisce a una spugna in un negozio di liquori. Non potendo officiare messa nella chiesa madre si accontentava di lodare il Signore in un box prefabbricato stile campi di prigionia vietcong, una fornace in estate, un blocco di ghiaccio nella stagione fredda. Il suo misterioso  passato lo aveva, forse, portato a servire come buttafuori in qualche cattedrale, vista la sua innata vocazione a sbattere fuori dal suolo consacrato chiunque arrivasse in ritardo per la messa. Ma Don Fausto aveva anche dei difetti. Con il suo sguardo secco atterriva le perpetue, con a capo Teresina che, sommessamente, facevano notare che la durata della funzione non poteva ridursi a un bignami di mezz’ora. Esperto in maniere spicce, come un fiume impetuoso travolgeva i fedeli con “ave Maria”, Padre Nostro” e “Credo” recitati a raffica che nemmeno Mentana al telegiornale. Gli astanti non facevano in tempo a farsi il segno della croce che già declamava di scambiarsi il “Segno di pace”. Don Fausto era fatto così, uno che la mattina ti benediva la macchina nuova, che tu incidentavi lo stesso pomeriggio e la sera ti faceva sentire un lercio senza fede che non aveva creduto abbastanza  nell’intervento di Gesù. Perché se la tua fede fosse stata un tantino più radicata, la tua auto avrebbe saltato quella curva in scioltezza per atterrare indenne in un’area di parcheggio, evitando così di baciarsi con quel camion che usciva direttamente dal parco macchine di Satana.   

 

 

 

 

 

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