Il Monacello

 

I muretti di pietra e calce che accompagnavano negli anni addietro i Grumentini nel ritorno a casa dalle campagne proiettavano, alla luce del crepuscolo, inquietanti ombre nel silenzio innaturale dei boschi, rotto solo dal fragore del fiume Sciaura che faceva vibrare l’aria, scorrendo impetuoso nel suo letto, serpeggiando tra pietre e tronchi. Dopo una giornata intera di lavoro e sporcizia nei campi arsi dal sole, a quei corpi provati dallo sfinimento non restava altro che prodursi in un terminale e poderoso sforzo che intimava alle pendici di non indugiare oltre poiché col buio quei luoghi sarebbero divenuti ostili, brulicanti di guizzi di luce cremisi. Allora le genti socchiudevano gli occhi e si affrettavano verso le prime case del borgo scrutando, nel contempo, la boscaglia. A volte nuvole nere affollavano il cielo e le forme del paesaggio assumevano un aspetto ancora più inquietante, allora il fango sugli stivali si faceva sempre più pesante e gli arnesi più ingombranti. Quei minuti che biforcavano il giorno dalla notte approntavano l’avvento di piccole forme che indossavano una tonaca con cappuccio e scarpe con fibbie argentate dalle quali bisognava stare alla larga. Questi gnomi prendevano il nome di “monacelli”, spiriti dispettosi, anime di bambini dimenticati che dimoravano nei campi di grano baciati dalla luna, negli anfratti, nei cerreti, nelle case, si palesavano annunciati da un silenzio irreale seguito da soffuse nenie, allora i pugni dei viandanti si serravano, il respiro si faceva più lento e mille immagini attraversavano le menti. Sebbene per qualcuno fossero solo fastidiosi, non vi era di che fidarsi poiché potevano rivelarsi dei cattivoni che non si limitavano solo a lanciare ciottoli o spaventare muli. Non restava che darsela a gambe, pregando di intravedere una lanterna o una sagoma che potevano significare aiuto e salvezza in mezzo a quel nulla. Quei pochi paesani ai quali erano apparsi, raccontavano di quell’esperienza con gli occhi ancora atterriti dall’orrore col tempo che rallentava e i freddi  sussurri che stillavano da quei senza volto, scavando nei pensieri, scorrendo violenti come cascate dall’aldilà. Ma i monacelli non si intrattenevano solo in sperduti tratturi di campagna ma infestavano anche le abitazioni. Capitava, infatti, di svegliarsi nel cuore della notte  per vedersi strappare dal talamo lenzuola e coperte, il sangue che si gelava nelle vene quando gli occhi scrutavano, nel chiaro di luna, piccole sagome che ne pronunciavano i nomi. Come impazzite, le vittime si lanciavano giù per le scale in preda al panico,urlando per richiamare l’attenzione dei familiari . Ma i monacelli non mollavano la preda e, nel giro di un attimo, mettevano a soqquadro tinelli e cantine, sale da pranzo e ripostigli eludendo le occhiate dei convenuti. Cose strane accadevano, quindi, nel borgo ai confini del tempo,  dove le credenze seppellivano la ragione che nemmeno il lungo, lento bacio del senno riusciva a risvegliare. Avvenivano e, forse, accadono anche oggi. Per sicurezza eviterei strade buie e vicoli poco illuminati. Non si sa mai.

  

 

 

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