Grazie a Papillons: Sensorial Experience

 

Grazie a Papillons per averci regalato un evento di grande spessore culturale, facendoci esplorare il mondo dei vini di prestigio con un approccio culturale  e storico. 

La storia della vite in Basilicata ha origini antichissime, le prime coltivazioni risalgono agli Enotri, il popolo che tra il 1300 ed il 1200 a. C. abitava l’Italia meridionale, conosciuta allora come Enotria. A questi seguirono i Lucani. Fondamentale, però, fu il contributo dei Greci che, alla fine del II millennio a. C., colonizzarono il Sud della penisola, dando non solo impulso alle economie locali, ma anche alla viticoltura, con l’introduzione di nuove varietà e forme di allevamento, a partire dall’alberello, ancora oggi usato in diverse zone della Basilicata, che meglio di altre si adatta ai climi caldi e siccitosi. La tradizione vinicola, quindi, continua in epoca Romana, e trova conferma nelle citazioni di Plinio e Stradone, tanto che, secondo alcuni studiosi, l’Aglianico del Vulture, prodotto nel Nord-Est della Basilicata, concorreva in maniera prevalente alla costituzione del Falerno, vino celebrato dai poeti dell’antichità classica. Tornando ad oggi, un pensiero va a “L’uva puttanella”, il romanzo autobiografico incompiuto di Rocco Scotellaro,  pubblicato postumo da Laterza con una prefazione di Carlo Levi nel 1955.  “L’uva puttanella” è una metafora dell’Italia meridionale e contadina  di fine anni ’40: fatta di acini piccoli,  irregolari, ma maturi, che danno un po’ di succo, anarchica e anche un pò narcisa. Questi acini andranno comunque nei tini del mosto. Così “L’uva puttanella” diviene anche metafora della Lucania, parte dell’Italia: “Io e il mio paese meridionale siamo l’uva puttanella” scrisse Scotellaro.   Tra le pagine del romanzo, ritroviamo una poesia: “Sempre nuova è l’alba”  dove il vino, nel tempo della festa dona attimi di leggerezza che sospende il percorso del sentiero della vita da cui non si può tornare indietro.

 Sempre nuova è l’alba. (1948)

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna

l’oasi verde della triste speranza

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

 

 

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