Il forno di Velia e Cono

A volte, prima che la notte facesse posto all’alba, il cielo sopra Grumento si tingeva di abbaglianti folgori che ne striavano le nere nubi, mentre il borbottare dei tuoni riecheggiava sul borgo, facendo tremare l’aria e le case. Ma né la pioggia, né la neve, né il vento riuscivano ad arrestare due figure che sembravano ballare tra  i gradini di un vicolo mentre si tenevano strette lasciandosi alle spalle il petricore che si perdeva nella nebbia. Quel breve percorso di affettuosità si concretava davanti a una gelida cateratta che si produceva in uno stridulo canto accompagnando, come frecce verso il bersaglio, Velia e Cono verso telai in legno, pale e cataste di farina. Quindi iniziavano a intrecciarsi collaudati movimenti fatti di dedizione e sacrificio che generavano candide masse informi come sabbie mobili che si sarebbero poi trasformate in pane, pizze, panini e biscotti. Cono dava inizio alle danze baciando la legna col fuoco,  con ritmo lento chiudeva le bocche del mastodontico forno affinché arrivasse a temperatura e in seguito si appollaiava per qualche attimo su  un cigolante sgabello a guardare sulle pareti  le ombre delle mani di Velia danzare, mentre si muovevano nel silenzio, sistemando nei telai le palline dell’impasto per la prima lievitazione. L’odore della farina impregnava la stanza per il tempo in cui  gli impercettibili corpuscoli imbiancavano i vestiti e gli arredi mischiandosi a quello del caffè che saliva in una moka a due tazze, adagiata diligentemente su un fornelletto dall’uomo del fuoco qualche ora prima. Velia si teneva stretti quei momenti prima che la giornata le rubasse il respiro, perché sapeva che una volta abbattute le paratie che facevano erompere il fragrante pane sfornato, le ore seguenti ne avrebbero catturato ogni istante, ogni parola, ogni pensiero. L’alba sopraggiungeva insieme al profumo della crosta, mentre Grumento ancora dormiva, la strada davanti al locale si impregnava di calore e bontà regalando eterei aromi che toccavano le anime dei primi passanti come una preghiera. Nessuno ne restava estraneo, i grumentini si portavano fino alla fenditura della porta socchiusa, scrutando con attenzione gli scaffali stracolmi di straordinari sapori per poi acquistare un pezzo di felicità. Aveva così inizio una interminabile giornata di cura e coccole con sottofondo di sorrisi e mosse spavalde, perché bisognava prepararsi per un’altra infornata, attraversando quelle linee nemiche fatte di stanchezza e amalgame appiccicaticce, avviluppati da quel calore che li preservava dal freddo mondo, col fruscio della farina che carezzava quelle croste fragili e belle, come quegli abbracci che ci portiamo dentro quando qualcuno ci è lontano . 

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