Suor Cesidia e Suor Lorenzina

Per diverse generazioni di Grumentini l’avventuroso viaggio della vita prendeva una piega clamorosamente spartana  intorno ai quattro, cinque anni quando, con una forte inclinazione al pessimismo cosmico, i nostri genitori ci consegnavano a una delle coppie più competenti in tema di ammaestramento di anime, un corvino sodalizio che si era forgiato, con molta probabilità, nelle fosche  terre  di Mordor.  Seconde solo a Gianni e Pinotto o a Totò e Peppino, Suor Cesidia e Suor Lorenzina erano piccoli spiriti dall’indole arcigna, piuttosto refrattarie al compromesso e alla cooperazione. Gestivano l’asilo comunale con piglio marziale con esiti simili a quelli che avevano i feldmarescialli del Reich sui propri sottoposti. Scolpite come vecchie querce, le facce impenetrabili come il marmo, accoglievano di buon mattino gli sventurati infanti che venivano lanciati nella mischia dell’esistenza tra quelle mura che trasudavano totalitarismo, istoriate da preghiere e pianti, nel vano sforzo di cercare complicità stroncate sul nascere. Un’ inclinazione dispotica basata sulla forza ineluttabile ne flagellava, senza pietà, l’impegno verso quelle buone intenzioni di porsi, con condotte meno ruvide, riguardo agli smarriti pargoli. Le voci, atone e logore, contribuivano a rendere ancora meno confortevole il soffermarsi in quel limbo che spezzava i giorni a metà. Il tempo rallentava, mentre il mondo girava lentamente e quando una cascata di odori provenienti dalle cucine inondava le stanze, i sussurri degli gnomi si vestivano di smarrimenti e preoccupazioni. Non che cucinassero male, tutt’altro. Suor Lorenzina era la Parodi del rione Mancoso, la geniale mente delle prelibatezze che troneggiavano sui banchi della mensa, Suor Cesidia, invece, si era perfettamente calata nella parte del poliziotto cattivo. Stava col fiato sul collo su quei bambini riluttanti a ingollare brodini e mozzarelle scomodando il lato oscuro della forza che si rivelava in un paio di gagliarde forbici sferraglianti, pronte ad accorciare la lingua al malcapitato tapino di turno. Compivano all’unanimità la volontà del Signore, che gli aveva concesso carta bianca. Scappellotti e diffide animavano il silenzio di quel campo di battaglia che presidiavano dall’alba al dorato crepuscolo e, quando il giorno volgeva al termine e le prime luci ravvivavano le stradine ovattate, quelle due anime che si appartenevano cedevano alla fatica con sorprendente arrendevolezza. Forse trascorrevano le sere catturando frammenti delle loro vite dalla sacca dei ricordi, forse i pensieri correvano su quel cammino incomprensibile per molti, questo non ci era dato sapere. Abbiamo avuto, però, la certezza che le spade della loro fede erano davvero acuminate anche se, a volte, le usavano cimentandosi con frangenti che lasciavano i cuori sospesi. Si sono ritrovate insieme a marciare sul sentiero del credo, l’una protettrice dell’altra, lenti soffi di rinunce nel silenzioso rifugio della vita.   

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