Prefazione al libro La Strada Senza Nome

Prefazione

 

La Basilicata: Texas lucano o nuova Nigeria?


Alla prefazione di questo libro potremmo dare, senza tema di smentite, un sottotitolo che sintetizzi tutta la drammatica  problematica ad esso sottesa: “ricchi di sotto, poveri sopra”, esattamente lo stato in cui versano le popolazioni interessate dall’attività petrolifera. Perché  quel “ miracolo economico” tanto sbandierato e che avrebbe dovuto conferire alla Basilicata l’appellativo di TEXAS LUCANO, dopo alcuni decenni di sfruttamento e ferite inferte al paesaggio, l’ha ridotta a “Nuova Nigeria”, procurando solo disastri ambientali irreversibili e danni irreparabili alla salute. L’autore, pertanto, vuole ancora una volta evidenziare i problemi cronici ed endemici che la nostra valle è costretta a vivere quotidianamente. Problemi che sono stati sino a qualche tempo addietro tenuti nascosti o minimizzati dai vari responsabili a tutti noi che, ignari della gravità, abbiamo continuato a conviverci per decenni e che hanno portato alla morte moltissime persone. La curiosità del Dottore, venuto a vivere in un paese della nostra regione e i luoghi da lui visitati, i colloqui avuti con la gente locale, disperata e per le condizioni di vita che l’estrazione dell’oro nero ha determinato con gravi danni all’economia familiare (si pensi all’allevatore che era riuscito ad esportare i suoi prodotti sino in Giappone) e per l’ambiente circostante, sono messi plasticamente in risalto. I fumi letali che respiriamo, l’acqua sempre più inquinata, tanto da procurare un’impressionante morìa della fauna ittica del lago Pertusillo, i rifiuti tossici sempre occultati da chi era controllato e controllore, hanno suscitato anche nel nostro ospite, pur nella sua apparente calma olimpica, stupore e sgomento per la pessima qualità della vita causata dalle perforazioni. Inascoltato, ancora, durante questi anni , è stato il grido di allarme di qualche medico locale, dai  soliti Noti che prima o poi dovranno rendere conto delle azioni criminali e delle loro connivenze utilizzate solo per soddisfare sporchi interessi personali. Verso costoro l’autore non nasconde il proprio disprezzo e il suo sdegno si fa sempre più intenso quando ricorda anch’egli la valle in cui ora vive come un paradiso ubertoso e incontaminato, le sue acque fresche e chiare, l’aria impregnata di profumi dei vari prati:  un mondo bucolico e georgico che farebbe invidia allo stesso poeta latino e che invece per decenni è stato violentato e stuprato diventando un arido e desertico luogo destinato  ad accogliere solo coloro che saranno vittime di queste vigliacche violenze perpetrate quotidianamente da tanti lupi rapaci. Sono questi, infatti, i cacicchi locali molto bravi a vestire sempre  i panni di Cetto La Qualunque  per l’affermazione della loro causa o a dar luogo a faide feroci e clientelismi immorali. Davvero flebile è la speranza  che la ricchezza che migliaia di giovani calpestano sotto i loro piedi possa cambiare in futuro  la loro vita, caratterizzata spesso da disoccupazione, stenti e privazioni, con un lavoro onesto e dignitoso. E queste pagine vogliono  essere per tutti noi di ogni età e condizione sociale un invito a prendere coscienza dei continui pericoli e insidie che affrontiamo quotidianamente per tutelare la nostra salute, bene inestimabile, minacciata da gente senza scrupoli e in nome di un progresso che porta non lavoro e  ricchezza, ma solo povertà e degrado.  Interessanti, in proposito, anche le acute osservazioni  del prof. Enzo V. Alliegro, docente  presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, nel suo libro “Il totem nero”, nel quale non si sofferma ad evidenziare solo problemi inerenti all’ambiente, ma analizza le mutazioni antropologiche originate  dal cambiamento del rapporto tra la gente del luogo e la natura: “La petrolizzazione ha danneggiato il territorio non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma pure su quello sanitario, identitario e della coesione”. Vale a dire? “Fino a ieri, per i lucani la terra era un elemento di identificazione culturale e sociale. Nessuno dubitava dell’acqua e della salubrità dei prodotti locali. Ora invece pensano che le risorse naturali possano essere compromesse e questo cambia profondamente la loro identità. Nel loro immaginario la natura da fonte di vita si è trasformata in rischio di morte”. E’ ,dunque, lo stesso sentimento di scoramento che affiora sin dal titolo, perché anche l’autore ritiene che le vere ricchezze della nostra terra come l’acqua, l’aria, il clima e tutto ciò che Madre Natura benevolmente ci ha concesso, siano andate irrimediabilmente perdute in nome di un falso miraggio che è l’oro nero.

Enzo Vitetta

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