La strada dei cuori spezzati

Sulla strada scorrevano case diroccate, assi di legno alle porte e alle finestre abbracciate in una stretta soffocante e mortale di edera ed erbacce. Un sussulto di tristezza gli appesantì il cuore, osservando quella desolazione. L’unico edificio in buono stato sembrava essere la stazione di servizio, animata da ragazzotti che bighellonavano cercando riparo dall’arsura agostana sotto un improvvisato gazebo di canne. Pensò di fermarsi per farsi una birra gelata, ma l’ansia prese il sopravvento, non doveva perdere di vista il suo obiettivo, la destinazione finale era ormai a un tiro di schioppo, no, non avrebbe ceduto ai segnali di stanchezza lanciati dal suo corpo. Provò a sintonizzare per la millesima volta l’autoradio alla ricerca di una stazione che trasmettesse musica decente, fino ad allora il viaggio si era rivelato un vero calvario musicale. Aveva subito passivamente infinite melodie old country che nessuno ricordava più se non, forse, sua nonna, canzoni che appartenevano ad un passato ormai lontano tutto sorrisi, sacrifici, buone azioni e fratellanza. “Oggi -pensò- sono improponibili”. La frequenza si bloccò sui 97.65 dove un dj con la voce stanca e rauca annunciò un famoso brano dei Rascal Flatts “ God blessed the broken road”, finalmente una stazione promettente. Gli sfuggì un sorriso di compiacimento. “Un’oasi musicale nel deserto” osservò, imponendosi di non pensare ad altro per lasciarsi così trascinare dalla melodia. Viaggiò ancora per qualche ora in compagnia del dj rauco che gli ricordava il personaggio di Chris della trasmissione “Chris del mattino”, filosofo e grande esperto musicale in quella straordinaria serie televisiva, “Northern Exposure” che da giovane aveva tanto amato poi, sfinito dalla stanchezza e dai morsi della fame, decise che era giunto il momento di fermarsi. Dopo qualche miglio raggiunse una piccola cittadina dove il tempo sembrava essersi fermato agli anni cinquanta, non si era mai imbattuto prima di allora in una realtà simile, quindi si drizzò sul sedile per gustarsi al meglio i particolari delle case e osservare attentamente la popolazione indigena che sembrava incurante della sua presenza, si aspettava di trovarsi di fronte da un momento all’altro Elvis che sbucava da un vicolo con la sua inseparabile chitarra. Trovò un motel non molto attraente ma si costrinse a prendere una stanza. Consumò un pasto frugale a base di barrette ai cereali e gatorade quindi sprofondò nel materasso ad acqua. Trascorse la notte preda dell’inquietudine e dei ricordi formulando di tanto in tanto un promemoria mentale di ciò che avrebbe fatto l’indomani: doccia, barba, colazione. Doveva farsi bello, la sua Sara lo stava aspettando.

 

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