Radio Dissenso

Quando il vento sibilava tra i tralci dei platani a guardia del bastione che si affacciava sul Mancoso e il profumo degli oleandri pervadeva Piazza Pertini, suoni spumeggianti fendevano i battenti di un posto seducente, dove era tutto un fermento di voci e melodie che plasmavano inavvertibili capriole nell’aria piombata di una esigua stanza dove gli occupanti lavoravano assaporando l’esultanza dello spirito, circondati da cartoni di uova abbottonati alle pareti. Quei fantastici speakers  che irretivano con voce baritonale migliaia di Valligiani sulle frequenze a onde medie di Radio Dissenso prendevano i nomi di Tonino, Franco, Vincenzo, Raffaele, Giovanni, detto il “Trotino”, i due Nicola e tanti altri fantastici affabulatori. Con uno stile di conduzione onesto e casereccio proponevano brani sospesi nel tempo e nella memoria come sonetti d’amore che lasciavano indelebili segni, Ciceroni di  galassie musicali inesplorate che affioravano sui 33 e i 45 giri grattugiati da giurassici mangiadischi. La programmazione si nutriva di Vasco, Nomadi, Baglioni, Venditti, Formula 3 e qualche hit straniera di Joe Cocker, Madonna o Michael Jackson. Le improponibili scritte sulle copertine costringevano i nostri eroi a domare, con un inglese maccheronico, anche i titoli più bisbetici, proponendo agli ascoltatori quelle leccornie musicali che animavano i giorni tra compiti, faccende domestiche o semplici viaggetti in auto. A districarsi tra mixer e registratori a bobina, dall’altra parte del plexiglass c’era il deejay più deejay di tutti, il Boss delle onde radio: Tonino, al cui raffronto gente come Albertino o Linus apparivano come dei patetici dilettanti. Arrivava in radio intorno alle sei del mattino, quando le stelle ancora scolpivano il cielo, con quel suo improbabile pullover grigio solcato da frammenti turchini, si accomodava su una sgangherata sedia, si posizionava successivamente le cuffie, preparava la scaletta musicale e alle otto dava inizio alla meraviglia. I suoni scivolavano via: rock, pop e dance si davano il cambio con illogiche tarantelle e musiche evanescenti che si riversavano come un respiro su tutta la Valle. Incoraggiati dagli ascoltatori che rendevano il centralino bollente, davano vita ad un corpo di esaltanti programmi che toccavano l’apice con l’immancabile musica a richiesta, lo spazio delle “dediche”, che faceva impennare gli ascolti, con le telefonate che erano uno zibaldone delle istanze più assurde. Ma non tutto filava sempre liscio. Spesso, Eolo, giocava brutti scherzi, si metteva a prua, abbattendo il puntello dell’antenna. Quindi partiva la squadra composta da Franco, Vincenzo e Nicola che ascendevano sul tetto e, prontamente, ripristinavano i collegamenti che neanche Bob aggiusta tutto. Radio Dissenso era un piacevole locus di genti, dove in pochi metri quadri, si concentravano amici, affetti, amori. Quando poi il sole si rifugiava a meditare, intorno alle dieci di ogni sera, si dava inizio al notturno e la Radio si trasformava in un locale che evocava l’epoca del proibizionismo,  gli amici si rilassavano e partivano le partite a scopa e tressette, le imprecazioni si sprecavano, così come il vitto e i beveraggi. Bisogna essere onesti: Radio Dissenso ci manca. Ci manca il calore di quelle passionali voci, ci mancano i soffi nella cornetta di quei cuori sospesi, ci manca quel nutrimento di trepidazioni che solo quella canzone ci sapeva dare. Le emozioni non hanno tempo, si nutrono di reminiscenze e Radio Dissenso è un bel ricordo al quale aggrapparsi tra le pieghe delle nostre esistenze.   

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