Mario.Maestro di vita.

Negli esanimi pomeriggi di autunno, così come in quelli assolati della bella stagione, l’assordante frastuono di una fiat 112 costruiva, sui volti dei ragazzini di Grumento, dei sorrisi permanenti. Gli occhi iniziavano a luccicare e il fermento si faceva strada tra quegli gnomi esuberanti e chiassosi. Man mano che il fragore riduceva le distanze, dagli zaini si affacciavano super santos e palloni in cuoio talmente logori che dai rombi squarciati germogliavano vesciche di camere d’aria. Dall’auto color bordeaux veniva fuori Mario, la tuta blu a bande bianche adidas d’ordinanza, prontamente accerchiato da quei fuoriclasse in erba. Questo copione si ripeteva tutte le settimane, per tre, quattro giorni. Come un collaudato attore, Mario, iniziava ad annuire con aria solenne, distribuendo mansioni, magliette e bottiglie di thè, con quel sorriso sornione tipico di quei nonni che assolvevano ogni ragazzata. Qualche attimo dopo gli imberbi si lanciavano a rotta di collo sul campo, dando inizio a un incantesimo che solcava la sabbia, le pietre e la polvere. Il termine “allenatore” non gli rendeva giustizia, Mario era una creatura spirituale, dal cuore affabile, che onorava le amicizie e le genti, la sua nobiltà stava tutta in quell’intrepido e costante sogno di donare spensieratezza e disciplina ai ragazzini. Impartiva lezioni di calcio e di vita con tenui, sussurrate parole, fino a quando l’aria umida dipingeva di cremisi il tramonto. Rimaneva per lungo tempo a scrutare le turbinanti nuvole di polvere che si innalzavano dopo il passaggio dei suoi ragazzi, i quali sgambettavano su quel riarso frammento di terra incastonato tra le rocce, indurito dal sole e dal gelo. Con un bastoncino disegnava sul terreno le posizioni di ognuno e, a voce bassa, si assicurava che tutti avessero capito. Ma la voglia di divertirsi incitava i giovanissimi ad annuire distrattamente e quegli schemi venivano presto dimenticati, così il campo si trasformava in un raduno di anarchici divorati dal sacro fuoco di eupalla. Mario, però, conosceva bene i suoi polli. Si produceva in uno slalom tra alberi e rocce fino a raggiungere la sua panchina, un tronco annidato tra le querce, dove recuperava la sua valigetta misteriosa. Se non avesse indossato la tuta, poteva essere facilmente scambiato per uno di quei tizi dei servizi segreti che si portavano dietro documenti e microfilm per salvare il mondo. Nessuno poteva separarlo da quell’oggetto. E quando le sue dita ne carezzavano le chiusure a scatto, svelandone i suoi segreti, Mario salvava il mondo con un fischietto. Un sibilo e i virtuosismi, le urla e le zuffe, magicamente, si congelavano, tutto era silenzio e la sfera terminava in solitaria la sua corsa infilandosi tra gli arbusti, svelando il verso di qualche poiana. Un altro fischio riportava all’ordine iniziale tra mille borbottii. Quindi ritornava tra quelle piccole figure polverose preparandole a rampare la salita del rispetto e della vita con piccoli gesti gentili, conditi da parole lievi. E’ così che Mario salvava il mondo.

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