Il Pub di Domenico e Carmine

IL PUB D’INVERNO DI DOMENICO E CARMINE.
San Rocco, il centro storico del paese che guardava a est, con le sue stradine strette e tortuose che gli conferivano l’aspetto di un presepe, nelle interminabili notti d’inverno si trasformava in un tetro mosaico di colori che riportava prepotentemente in vita un mondo fatto di forme che restavano nascoste durante il giorno, mimetizzate nella luce, per poi esplodere nel magico abbraccio delle tenebre. Le facciate degli edifici più antichi, ristrutturate dopo il terremoto del 1980, guardavano verso il lago del Pertusillo, allineate e rigide a protezione del paese; sotto le mura decine di orti ricoperti dalle foglie secche attendevano il tempo della semina. Tra gli anni Settanta e Ottanta il quartiere poteva vantare diverse attività commerciali: alimentari, una sartoria e un meccanico evitavano ai Sanrocchesi di percorrere quotidianamente gli stretti decumani che univano il centro storico al corso, dando così vita a un pulsante microcosmo dal volto di pietra. Ora molte case avevano le porte chiuse, gusci vuoti senza anima, abbandonati dalle famiglie in cerca di miglior sorte, i negozietti scomparsi, le voci dei bambini tremuli echi destinati a spegnersi. Quel quartiere spogliato di una parte di vita riservava, però, ancora una sorpresa in quei ruvidi dedali che si intersecavano tra le case, nascosta tra i silenzi dell’inverno: il Pub di Carmine e Domenico, un locale senza insegna, figlio della genialità e della voglia di vivere. Il Pub apriva i battenti solo d’inverno e solo nei giorni in cui la neve cadeva copiosa e malinconica bloccando tutte le attività, schietta portatrice di buone notizie per i locali che amavano tessere infinite storie contemplando le ombre che si proiettavano su pareti annerite dal fumo. Appena la neve superava il mezzo palmo, l’incantesimo si compiva: Domenico saliva sbuffando l’interminabile scala ripida che portava nel cortile di Carmine e prelevava da un lavatoio in pietra la chiave che avrebbe spalancato le porte di una antica cantina ricavata nella roccia, pronta ad accogliere di lì a qualche ora dissacranti commenti e pance contente. A pomeriggio inoltrato arrivava Carmine con le libagioni: salsiccia conservata nello strutto, pollo, arrosti di carne, formaggi, prosciutto, soppressate e le immancabili bottiglie di rosso. Il prosciutto veniva affettato a mano, su uno scalcinato tavolo ricavato con assi sovrapposti su blocchi di cemento; il fragrante odore del pane appena sfornato saturava la fredda aria della stanza; piccoli pezzi di carne cUocevano lentamente sulla brace, mentre gli avventori giocavano animatamente al padrone e sotto. Questo gioco di carte consisteva nel far bere – o viceversa privare della bevuta – uno o più astanti, il calice di rosso veniva offerto dal padrone, ovvero colui in possesso delle carte migliori, che, accanendosi spesso sul sotto, faceva sì che quest’ultimo rimanesse vittima di una sbronza colossale. Le pietanze venivano servite non proprio in porzioni da ristorante e intorno alla mezzanotte spuntavano ciotole con lagane e ceci o lagane e fagioli e ancora cotiche e fagioli, un perfetto ingranaggio che non prevedeva pause e che portava dritto al mattino successivo, quando tutti si ritiravano nelle proprie case per prepararsi al lavoro. Quella gente che si raccoglieva ancora intorno al fuoco si faceva testimone di un rito radicato nell’ istinto, un interiore luogo mentale più che fisico che prometteva di lenire le ansie in una atmosfera rassicurante dove sopravvivevano speranze e compassioni.

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