Giovanni. L’uomo col basco

GIOVANNI. L’UOMO COL BASCO

Giovanni era la memoria storica di Grumento, l’ultimo rappresentante della tradizione orale. Quando raccontava i suoi aneddoti si veniva catapultati in un passato lontano, dove la quotidiana lotta per la sopravvivenza racchiudeva una forte intimità tra la gente avvezza al duro lavoro dei campi. Spesso lo si vedeva materializzarsi dal nulla, tra i mille vicoli del centro storico, con l’inseparabile mozzicone tra le dita e, in testa, l’amato basco. Viveva solo e conduceva una vita spartana. Ogni lunedì adagiava sul fornello una mastodontica pignatta e cucinava un chilo di spaghetti che consumava nell’arco della settimana, terminando la scorta il venerdì. Con svizzera diligenza, il sabato mattina, intorno alle nove, si portava dal medico perché lamentava dolori all’addome. Decollavano, quindi, i rimbrotti del dottore che gli intimava di non cucinare per un reggimento e che la pasta andava consumata appena cotta. Lui faceva spallucce, sostenendo che buttarla era un peccato. In giro si vociferava che fosse l’uomo più ricco del paese con un conto alle poste che ammontava a cinquecentomila euro. Trascorreva gran parte della giornata al bar, raccontando storie. Giovanni ricordava di quella volta quando, durante la seconda guerra, i tedeschi si accamparono alle porte del paese, dei comizi improvvisati da Franchino, il santo bevitore, delle squisite paste di Florio; di quella volta quando il Grumento, che allora militava in seconda categoria, partecipò a un torneo internazionale dilettantistico in Spagna, con Colucci eletto miglior giocatore. Dello spagnolo maccheronico di Angelo, detto il trattore, padrone della fascia destra del campo che arava, appunto, come un veicolo agricolo, che si trovò a discorrere con un cameriere dopo una cena luculliana. L’uomo gli augurò una “buena noche” e lui, pieno come una mucca, rispose con educazione: “No, grazie, niente nocelle, abbiamo mangiato tanto…”. Ma la storia più gettonata, in grado di strappare una risata anche ai musoni, lo vedeva protagonista in prima persona, affiancato dai suoi amici, di battute di caccia alla lepre in cui, puntualmente, l’animale riusciva a sfuggire ai suoi inseguitori. Amava accrescere l’interesse degli astanti con pause studiate ad hoc. Era diventato il punto di riferimento di quei turisti per caso che facevano a gara per contenderselo, tanto che gli avevano donato un cellulare per garantirsene la reperibilità. Nelle rigide sere d’inverno, per combattere la solitudine si appollaiava su una sedia al bar, condividendola con Morfeo. Si addormentava per ore, immobile come un statua, col basco che, lentamente, gli arrivava sulla bocca. Spesso, però, la sua quiete veniva faticosamente messa alla prova da qualche avventore che, per nulla indulgente, batteva con forza i pugni sul tavolo o lo chiamava con voce tonante. La sedia, allora, diventava un trampolino. Giovanni sobbalzava in avanti, si guardava intorno in cerca del reo, pronunciava qualche imprecazione, quindi recuperava la posizione e riprendeva il pisolino spezzato. Il carattere gioviale e aperto ne faceva un uomo senza tempo. Lo sguardo penetrante annullava lo spazio con i suoi interlocutori, che avevano la sensazione di poter quasi riuscire a vedere i protagonisti delle sue storie. Tifoso numero uno del Grumento, allo stadio amava prendere posto accanto ai rappresentanti delle forze dell’ordine che lo avevano eletto comandante onorario. Dopo ogni gara, prima di prendere possesso della sua sedia al bar, aspettava i ragazzi all’uscita del campo per salutarli uno a uno e complimentarsi con loro. Quindi si infilava il trinciato tra le labbra, avviandosi col suo incedere dinoccolato, verso nuove storie e novelli sonni.

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