Giovanni. Il ragazzo che sapeva volare

Dalle cinque del pomeriggio, fino a quando le ombre della sera si avvicendavano alle sagome dei tetti svelate sull’asfalto imbottito di fosse, nella piazzetta dei garages di Via Annunziata approdavano anime apprendiste, pronte a scuotere il placido torpore dei residenti dando il “la” a partite di pallone tra schiappe dai piedi di accetta, senza limiti di tempo e sudore. A dire il vero, se proprio si voleva essere fiscali, un ostacolo incombeva puntualmente su quel serpeggiare di figure e aveva un nome inequivocabile che seminava batticuori e tremarelle. Una figura astuta come una volpe e veloce come una faina che si manifestava dall’angolo più inaccessibile e che prendeva il nome di Senatore, appuntato dell’Arma che pignorava tutto ciò che era sferico. Appoggiato pesantemente al parapetto ossidato che divideva la carreggiata da un tratturo che , a sua volta, andava a perdersi su un muretto a secco, se ne stava Giovanni,  uno dei pochi che riuscivano a fiutare il suo arrivo. Lo sguardo vispo, da un lato cercava il pallone, immaginandone le traiettorie bruscamente interrotte da vasi di fiori, auto in sosta e imprecazioni, dall’altro, scrutava la strada in cerca della giulietta pilotata da quel torvo mad Max, pronto a dare l’allarme insieme al portiere avversario, di sentinella dall’altra parte dello spiazzo. Se al mondo vi era un sorriso che parlava di gentilezza, senza dubbio lo si trovava in quell’esile viso dove tutti potevano leggervi l’intensità del vivere. Ricordava quegli uccellini implumi che, caduti dal nido, avevano bisogno di mani amiche, ma Giovanni piantava le sue insicure gambe e percorreva, sebbene con mastodontiche fatiche, ogni metro sulla strada della vita, insegnando a non tirarsi indietro di fronte alle sfide. Il ragazzo portava la primavera dentro di sé. Sfidava sfacciatamente le giornate storte usando la spada della bontà e lo scudo dell’armonia, dandosi appuntamento nel pub di Maria dove boicottava le diete offrendo agli amici panzerotti e tazze fumanti di cioccolata calda. Amava essere coinvolto in tutte le attività dei coetanei, anche quelle più rischiose per la sua salute, perché se la zavorra delle sue gambe ne arginava il passo, il suo cuore era leggero come una foglia trasportata dal vento. Non si stancava mai, passava da una partita a una battaglia tra fortini in pineta, lo sguardo di chi cavalcava l’ottimismo e cercava di credere nella possibilità di lasciarsi alla spalle quell’angolo di vita. Giovanni conosceva la sua forza, si preparava quando i cieli della sofferenza diventavano grigi con l’onesta consapevolezza di quei grandi che non avevano mai avuto  più di ciò che potevano prendere, se la stanza dell’esistenza era senza vista, lui ne picconava le pareti fino ad aprire squarci la cui visione si perdeva sull’orizzonte delle speranze. Quando disse addio e i Campi Elisi lo accolsero, si lasciò dietro una scia di briciole di luce che ne hanno ospitato il ricordo, echi nel crepuscolo delle memorie. Perché Giovanni sta solo riprendendo fiato, dal momento che è volato via troppo in fretta.

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